Dallo sguardo di una bambina alla fuga di una donna. In mezzo, quasi tutto.
La rivoluzione contro lo Scià, la guerra, un mondo intero che crolla, una famiglia benestante e colta che emigra, poi un ritorno in Iran e, poi, di nuovo una fuga verso la Francia.
Forse è per sempre, forse no, quello che è certo è che Marjane Satrapi dal ’94 non torna a Teheran e oggi può dire soltanto: “Non so se e quando potrò rivederlo. Purtroppo il mio paese ha smesso di essere uno stato di diritto e non so che cosa potrebbe accadermi se tornassi…”.
In compenso porta il suo Iran nell’universo mondo. Il suo paese respirato sulla pelle, stratificato sulla pelle dal tempo dell’infanzia ai tempi delle torture a persone che conosceva bene, dai tempi in cui ascoltava i Bee Gees recuperati al mercato nero a quando vide suo zio arrestato e ucciso.
Lo ha portato sino ad oggi in stringate strisce in bianco e nero, in sofisticati fumetti oggi tradotte in un film non meno sofisticato nella sua semplicità: solo bianchi, neri, ombre, sfumature e silhouettes, tutto immediato e straziante ma anche esilarante e tagliante.
Quanto è bastato per scatenare l’ira funesta di Teheran che, in occasione della presentazione allo scorso festival di Cannes di “Persepolis”, film tirato fuori dalle sue strisce e realizzato a quattro mani con Vincent Paronnaud, lanciò anatemi e variegate minacce che ovviamente non solo non hanno impedito la presentazione del film ma non hanno neppure creato incidenti di sorta e meno che mai impaurito la combattente Marjane che oggi di anni ne ha 37, vive in Francia da 13, disegna da sempre e moriva dalla voglia di raccontare anche sul grande schermo col suo tratto di matita (in splendidi e fervidi disegni tradizionali) che cosa significa essere donna a Teheran, come in molte altre fette di mondo, al di là di convenzioni e banalità.
“Mi interessa solo che il mio film venga visto per ciò che è: una storia di donne e uomini che vuole smontare gli stereotipi con cui di solito si raccontano le storie di certi paesi e di certe donne. Anche se il cinema può solo tentare di avvicinarsi alla realtà e non è un’inchiesta né un manifesto politico” dice lei, mentre il suo film parla per lei e per tutti.
Per la sua infanzia spezzata e per la vita piegata di tante donne cui è negata la libertà, in Iran e altrove.
Per tutto quello che ha visto la bambina che era prima di fuggire a Vienna e durante la rivoluzione islamica e per tutto quello che, come lei oggi dice, “io non vedo più perché sono fortunata, vivo altrove e faccio un bel lavoro ma molte donne continuano a sopportare”.
Si può raccontare tutto questo con ironia? Si può parlare delle cose più gravi del mondo con leggerezza? Denunciare con grazia e realizzare ancora cartoon tradizionali più potenti di ogni effetto digitale? Solo Marjane Satrapi e il suo film possono farci rispondere “sì” a tutte queste domande.
Ed è decisamente una cosa rara. Rarissima. Vedere per credere e farsi un’idea di che cosa può essere un’educazione sentimentale oltre la nostra storia e oltre la nostra letteratura.
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