Un diario, un neonato ancora coperto di liquido amniotico e di sangue attaccato al respiratore, una quattordicenne schiava e un’intrepida ostetrica.
E, poi, mafia (russa), gangster, affiliazioni nella cornice di una Londra che sembra mai vista ancora, anonima, minacciosa, sfuggente.
E in mezzo scorre il sangue. Tra sgozzamenti e accoltellamenti, occhi bucati da coltellate, dita mozzate e corpi brutalizzati e tatuati, perché pare che gli affiliati alle famiglie mafiose russe si scrivano la loro storia addosso, iniziazioni e appartenenze comprese.
Vedere per credere il corpo segnato, disegnato, scritto e corretto di Viggo Mortensen.
E’ lui il protagonista di questo “La promessa dell’assassino” (“Eastern Promise”) che porta alla quintessenza il cinema firmato David Cronenberg.
Oltre l’action. Oltre la spettacolarità. Oltre la violenza di genere. E’ lui, e forse non è un caso, se si pensa a questo film collocandolo sullo stesso percorso di “History of Violence”, altro bel thriller del Cronerberg secco e brutale, sempre interpretato da Mortensen che qui duetta con un fortissimo Vincent Cassel, figlio del boss, balordo e inconfessabilmente legato al suo autista inseparabile, interpretato appunto da Mortensen.
In faccia a loro la donna. Qui sola possibilità di redenzione (anche per il violento protagonista che, grazie a lei, riscopre qualcosa di sé che non sapeva di possedere) e sintesi di ogni combattività legata alla vita pura e semplice e incarnata da Naomi Watts piccola borghese che scivola dentro un gioco pericolo che non le appartiene ma, appunto, non può alla fine che salvarsi.
Con la bambina che abbiamo visto indifesa e appesa a un filo nelle prime sequenze.
Per raccontarci questa storia di mafia e di ferocia contemporanea il duo Cronenberg-Steve Knight è perfetto, perché, come dice lo sceneggiatore Knight, “David aveva una visione molto chiara di ciò che voleva fare”.
Lui, dal canto suo, all’indomani di “Dirty Pretty Things” cercava una storia della Londra di oggi, di una fetta di città “altra” che sembra marginale ma, intanto, si sviluppa e si allarga sotto gli occhi di tutti, e inizialmente l’aveva trovata ma nella soluzione di una fiction per la tv da scrivere partendo dal “traffico umano” dall’Europa orientale alle nostre città.
E’ da qui che Knight ha allargato lo sguardo a chi da questo traffico trae lucrosi profitti e arrivando alla fratellanza criminale nota a Londra come “Vory V Zakone”.
E, se Mortensen ha voluto visitare i luoghi in cui si formano personaggi come quello da lui interpretato, Knigh ha voluto incontrare criminali della organizzazione sia a Londra che a New York, grazie all’appoggio sia dell’FBI che della polizia londinese e oggi dice: “La realtà che ho toccato con mano è molto più bizzarra e inquietante, nel copione ho dovuto sminuirla. E comunque si parla di schiavitù perpetrata alla luce del sole, sulle nostre strade, davanti ai nostri occhi. Ed è stata per me una rivelazione anche il modo in cui persone di nazionalità diversa, come russi, cinesi e turchi, riescano a unirsi creando tra loro legami molto stretti che la polizia ha reali difficoltà a penetrare, anche perché questi gruppi permeano il tessuto londinese ma hanno grandi capacità di autogestirsi, cercando di non creare troppi antagonisti al loro interno”.
Il risultato, oltre ad un film molto cronenberghiano nonostante le apparenze, è un’immagine.
Come ha detto il produttore Paul Webster: “Un’immagine di ciò che Londra è diventata negli ultimi vent’anni, una società poliglotta come molte altre città dell’Europa occidentale, con tutto ciò che ne consegue”.
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