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L’assassino torna sempre sul luogo del delitto, si dice.
È stato così anche per Ang Lee, vincitore del Leone d’Oro due anni fa al Lido con il molto sopravvalutato I segreti di Brokeback Mountain.
Un colpaccio che ha bissato quest’anno, nonostante nessuno lo desse tra i favoriti, con un film che lo vede tornare nella sua Cina dopo le molte produzioni hollywoodiane della sua carriera: è stato ancora Leone d'Oro, seppur tra le polemiche.
Presentato come un trhriller (o spy-story) erotico, Lussuria – Seduzione e tradimento è in realtà poco più di un feuilleton d’altri tempi.
La storia è ambientata nel 1942 tra Shangai e Hong-Kong, ai tempi dell’occupazione giapponese.
Un gruppo di studenti decide di abbracciare la Resistenza e la lotta armata: il bersaglio è il signor Yee (Tony Leung), collaborazionista cinese diventato un alto funzionario del governo fantoccio creato dai giapponesi. Per insinuarsi nella loro vita Wong Chia Chi (Tang Wei), una giovane studentessa, diventa la sua amante.
È un artista versatile, non c’è che dire, Ang Lee: in questi anni l’abbiamo visto passare da un cinema intimista, che metteva alla berlina i vizi della borghesia (La tempesta di ghiaccio, il suo film migliore) al wuxiapian, cappa e spada cinese (La tigre e il dragone), a una rilettura di Jane Austen (Ragione e sentimento), al blockbuster hollywoodiano (Hulk), fino al famoso mèlo in chiave omosessuale.
Il suo cinema di oggi appare troppo classico, vecchio, superato, calligrafico. Una storia dal fiato corto, troppo lunga, che scorre lenta per i primi, interminabili novanta minuti e sembra non arrivare mai al cuore.
È un regista dell’intimo, Ang Lee, ed è a suo agio in questo campo. Gli intrecci storici, le trame e i complotti non sono nelle sue corde. Ed è quindi naturale che il suo film decolli (anche se troppo tardi) proprio quando entra nell’intimo. Cioè nella camera da letto.
Dopo un’ora e mezza di attesa, come dopo un lungo corteggiamento all’antica, il film arriva al dunque, e la passione tra Yee e Wong esplode violenta, al limite dello stupro.
Ed è proprio nelle scene di sesso, di un’intensità indelebile, che il film trova la sua ragion d’essere, come se non fosse possibile raccontare altrimenti la storia di queste persone, se non mettendole a nudo. I loro corpi, come le loro anime.
Perché è nel modo in cui si concedono l’un l’altro, senza freni, che capiamo la loro natura, la loro personalità, i loro drammi. Due amanti stretti in un atto d’amore che è come una lotta, sfiniti dai loro incontri/scontri, in infinite posizioni.
Due amanti stretti in un abbraccio che da un momento all’altro potrebbe soffocare, diventare morte. Le scene di sesso in cui i bellissimi e intensi Tony Leung, attore feticcio di Wong Kar-wai) e Tang Wei, esordiente di cui speriamo di senir parlare molto presto, si sono concessi senza freni e pudori sono tra le più coinvolgenti mai viste al cinema, e fanno venire in mente L’impero dei sensi di Nagisa Oshima.
Questa storia potremmo chiamarla Resistenza dei sensi, non solo per un gioco di parole che chiama in causa la Resistenza cinese di cui fa parte la ragazza. Ma anche, e soprattutto, per il meccanismo che si instaura tra la ragazza e il signor Yee: la sua è una continua “resistenza”, uno strenuo sforzo per non innamorarsi di lui, di quella persona che le “entra dentro, come un serpente, fino a toccarle il cuore”, a mantenere vivo il suo intento iniziale, che è quello di ucciderlo.
Su questo conflitto dilaniante, rappresentato dalla scena in cui, durante un amplesso, lei si volta ad osservare la pistola, si fonda il film.
Ma le scene che coinvolgono sono all’incirca una ventina di minuti, a fronte di un film della durata di due ore e mezza.
Il film di Lee (accolto da applausi, seppur tiepidi, all’anteprima stampa di ieri sera) sembra essere come i suoi protagonisti, o come il contegno che impone la cultura orientale: trattenuto, formale, fino a che è pubblico, sfrenato quando entra nell’intimo, nel privato, quando cadono i vestiti.
Ma tolti questi momenti, e qualche altro tocco di classe (come il Dolly finale che si staglia sopra le teste dei condannati, superandoli e svelando davanti a loro il baratro, fisico e metaforico, che li attende) il film è poco altro. Ma anche stavolta il delitto perfetto (la vittoria al Festival di Venezia) è stato perpetrato.
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