|
|
“Meglio essere uccisi con il gas domani che morire oggi. Un giorno è un giorno”.
Così sopravviveva Salomon Sorowitsch nel lager, al secolo Salomon Smolianoff.
Era il più grande falsario, di soldi e d’arte, dei tempi e i nazisti allestirono nel campo di Sachsenhausen un intero padiglione isolato da tutto il resto per far realizzare a lui, con un pool di tipografi, bancari e artigiani, non solo falsi documenti ma soprattutto sterline (lì ne furono prodotte 134 milioni) e il dollaro, fondamentale per i nazisti ormai in rovina e la cui realizzazione i prigionieri ritardarono come poterono.
Uno fra tutti, lo stampatore Adolf Burger, ottimo amico di Smolianoff, che tentò di opporsi.
E’ la sua storia, insieme a quella del falsario suo amico, la sua storia, con tutto dentro, che oggi è diventata un film, “Il falsario” diretto da Stefan Rusowitzky e ispirato proprio al libro da lui scritto, “L’officina del diavolo” non ancora edito in Italia.
La storia di un uomo oggi novantenne, sopravvissuto a tutto e che, se gli si chiede di dire qualcosa di sé, risponde: ”Di me posso dire che sino a 22 anni ho vissuto felicemente, poi il nostro sacerdote in Cecoslovacchia fece un accordo con i nazisti: si sarebbero salvati solo gli ebrei che dimostravano, documenti alla mano, di essere stati battezzati prima del ’38. Vennero in tanti da me e io falsificai le date dei documenti per loro, finché non venni arrestato e tutto cambiò”.
Di quello straordinario falsario-artista Burger conserva un disegno e la memoria di un uomo che, però, “non ho più rivisto dopo la fine della guerra”.
Mentre la memoria dei campi di concentramento è tutta incancellabile: “un inferno ma quello che vedrete nel film, invece, è altro, nel campo di Sachsenhausen noi non avevamo capelli tagliati, giocavamo a ping pong, mangiavamo, anche se la sera, andando a dormire, non facevamo che pensare che eravamo dei morti in vacanza. A guerra finita, noi tutti, faslsari per i nazisti e detentori di questo segreto, saremmo stati ammazzati. Poi sono sopravvissuto ma da allora con quelle immagini negli occhi e il ricordo di mia moglie morta in un lager. Per questo, quando nelle scuole parlo ai ragazzi, dico loro che le nuove generazioni non hanno colpe ma il neonazismo di alcuni significa morte”.
L’idea del film, poi, è nata “come un segno del destino, dopo che due produttori sono venuti a propormelo nella stessa settimana” dice il regista, seduto al fianco di Burger in questa presentazione romana.
Ma non solo: “Vedendo ciò che oggi avviene in Austria, dove vivo, con il rinascere del populismo di destra che oggi conta sul 20% dei voti ho pensato che un film del genere fosse utile più che mai”.
Così Ruzowitzky che il film lo ha anche scritto con la supervisione di Burger che oggi precisa: “Solo nel libro troverete la realtà dei fatti. Anche se il film è fatto bene, è solo un film non un documentario. Dunque alcune cose sono inventate per rendere il tutto drammaturgicamente, la contraffazione dei dollari, i contrasti tra i prigionieri per esempio. Quello che conta è che è riuscito a mostrare che i nazisti erano non solo dei criminali che uccidevano sadicamente ma anche criminali su altri campi e contraffattori”.
E gli fa eco il regista: “In Germania escono oggi libri che additano i nazisti come psicopatici, circoscrivendo il tutto. Ma, invece, i nazisti erano in gran parte persone normali, purtroppo, e ciò ho cercato di mostrare nel film. A livello ufficiale in Germania non è un problema il revisionismo, in Austria lo è maggiormente, c’è molta gente che crede che l’olocausto non fu un effetto collaterale, mentre era proprio l’ideologia marcia, che i nazisti erano sempre criminali, gente che ha violato ogni legge e ogni ordine. Quando qualcuno dice che le mamme naziste erano brave e che i nazisti facevano belle autostrade penso che semmai questo fu collaterale non certo il marciume che stava alla base della nascita del nazismo”.
|