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Tom è un ragazzo che crede ancora, nonostante il cinismo del mondo moderno, all'idea dell'amore predestinato che cambia tutto, al colpo di fulmine che capita una sola volta nella vita.
Sole invece no. Per niente. Ma ciò non ferma Tom, che continua a correrle dietro ancora e ancora, come un moderno Don Chisciotte, con tutta la forza e il coraggio che ha.
Tom s'innamora perdutamente non solo di una ragazza adorabile, intelligente e brillante – non che ciò gli dispiaccia – ma con l'idea stessa di Sole, l'idea stessa di un amore che ha il potere di far sussultare il cuore e fermare il mondo.
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Pensate ad un giovane ragazzo in cerca dell’amore romantico che ha sempre desiderato. E pensate poi a quando incontra effettivamente la ragazza che gli fa perdere la trebisonda e immaginate che, inaspettatamente, i due si innamorino, si amino e si lascino.
Che cosa c’è dentro quei 500 giorni? Ce lo racconta l’esordiente Mark Webb in questa commedia romantica che in inglese suona “500 days of Summer”, dove Summer è il nome della ragazza, in italiano chiamata Sole, per cercare di rendere il gioco di parole. La relazione tra Tom (Joseph Gordon-Levitt) e Sole (Zoeey Deschanel) è l’archetipo delle storie d’amore metropolitane, strattonate tra aspettative inarrivabili, gioie improvvise e amare delusioni.
È un racconto in flashback e flashforward che sviluppa i punti salienti del pezzo di vita insieme di un architetto mancato - che si trova a lavorare per un’agenzia che crea biglietti d'auguri - e una segretaria appena arrivata a Los Angeles dal Michigan. Il tutto con un sottofondo sonoro pop-rock, che va da Wolfmother a Mumm-Ra agli Smiths. Ci sono tutti ingredienti pesati con il misurino in questo film indi americano, compresa una buona dose di risate (ma mai di ironia) e un voler prendersi poco sul serio che rende la storia meno spiacevole di quanto ci si aspetterebbe, visto l'intento dichiarato di raccontare una storia qualunque, che chiunque potrebbe vivere o aver vissuto.
È la leggerezza, dunque, il pregio migliore di “500 giorni insieme”, caratteristica che emerge da una regia abbastanza vivace, che propone split-screen e inserti di musical quasi sempre efficaci. Nonostante ciò, tali e tanti sono i clichè e la prevedibilità delle situazioni che difficilmente viene da consigliare un film come questo. Per fortuna l'amore è un'entità ben più profonda, illuminante e tortuosa di come viene dipinta da questo ruffiano film americano, che, a conti fatti, ripropone sempre i soliti luoghi comuni sulle pene d'amore.
Ridurre a macchiettismo la poeticità dell'esistenza umana, anche se lo si fa con qualche accento di brio, non può che annoiare, se non innervosire. Troppo pop e troppo ammiccante, questo film della Fox, per convincere fino in fondo. Così dopo la proiezione viene voglia di leggere una poesia di Robert Frost, giusto per non scordarci come i sentimenti possono incontrare nell'arte la loro sublimazione... anche in America.
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