Il viaggio di Jeanne è la storia di uno sguardo, quello di un’adolescente che nelle lande svedesi si apre alla vita e a una maggiore consapevolezza di se stessa.
Il primo lungometraggio di Anna Novion è un film garbato e lieve che lascia spazio alle emozioni “minime”, si muove leggero tra i personaggi, senza costringerli o forzarli in una direzione.
Jeanne è interamente negli occhi sgranati, nei silenzi, nei monologhi davanti allo specchio, nei dialoghi con un ragazzo immaginario, nei primi turbamenti amorosi e nelle prime delusioni; Jeanne è nella curiosità di scoprire un mondo da lei ignorato e nella prima ribellione a un padre premuroso, ma asfissiante.
Tra paesaggi amabili o, viceversa, minacciosi, e grazie all’incontro con “persone grandi” e con coetanei, la figlia di Albert vive sensazioni e sentimenti nuovi e a poco a poco esce dall’isolamento fanciullesco in cui è sempre vissuta. La pellicola della regista francese si potrebbe definire completamente “umanista”.
La macchina da presa non giudica i personaggi, ma li segue silenziosamente. Anna Novion accoglie i cambiamenti di tutti i protagonisti e lascia loro la possibilità di rinnovarsi. Tutti sono differenti al termine della vacanza svedese. Albert e Jeanne, padre e figlia, non sono più compagni di avventure, Albert non è più un genitore bambino che nella rigidità e nella catalogazione trova sicurezza, non cerca di proteggersi dalla crescita della figlia, ma necessariamente la accetta e ne prende coscienza. Jeanne vive in modo più concreto le esperienze, senza rinchiudersi in un mondo fantasioso, ma inaccessibile.
Il viaggio di Jeanne è una commedia delicata che con grazia associa ai guizzi comici i toni crepuscolari e malinconici. E’ un film ben scritto e ben diretto che con sensibilità lascia liberi i personaggi di esplorare l’intreccio.
Con un uso sapiente dei campi lunghi, dei piani sequenza e degli strati della profondità di campo Anna Novion si distanzia da una regia demiurgica, ma si mette al totale servizio delle emozioni semplici.
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